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Rappresenta ormai l’esame diagnostico più diffuso per lo studio non invasivo dell’anatomia delle strutture vascolari, siano esse venose che arteriose. Esso unisce la tecnologia ultrasonografica dell’ecografia con il principio fisico del doppler permettendo così di visualizzare con buona approssimazione i vasi oggetto di studio, individuarne la corretta anatomia e la presenza di stenosi od eventuali placche ateromasiche ed, inoltre, di studiare con attenzione il flusso di sangue in essi contenuto, potendone visualizzare l’entità, la direzione e la velocità. Uno studio accurato con un eco-color-doppler delle strutture vascolari, soprattutto venose, è fondamentale nella valutazione dell’edema linfatico. È necessario, infatti, valutare la presenza di una concomitante insufficienza venosa, che potrebbe aggravare il quadro clinico, oppure la presenza di una insufficienza arteriosa che, a seconda della gravità, sconsiglierebbe l’utilizzo prolungato di contenzioni elastiche.

L’eco-color-Doppler può evidenziare, nello studio di arti affetti da linfedema, lacune linfatiche e collettori linfatici dilatati, oltre ovviamente a verificare lo stato della circolazione arteriosa e venosa.

È un sintomo definito come un rigonfiamento visibile e palpabile di un tessuto, causato da un accumulo di liquidi nell'interstizio. Più comunemente può avere origine infiammatoria, cardiogena, linfatica, venosa, renale o mista.

Rappresenta l’ultimo stadio clinico del linfedema degli arti inferiori, il V stadio. L’arto perde completamente la sua normale conformazione anatomica e, soprattutto per l’imponente edema della caviglia e della gamba, assume una forma cilindrica, del tutto simile all’arto di un elefante. In associazione a questa alterazione morfo-strutturale è anche frequente una concomitante alterazione cutanea in senso sclerotico, detta anche pachidermite, che accentua ancor di più questa similitudine.

Questo esame laboratoristico è basato sulla diversa composizione delle frazioni proteiche presenti nel plasma. Se poste, infatti, in una soluzione alcalina, attraversata da una corrente continua, con un polo positivo ed uno negativo, esse migrano in maniera differente in virtù sia del loro peso molecolare, sia del loro caratteristico punto isoelettrico. Con questa semplice metodica, ormai da molto tempo diffusa in tutti i laboratori di analisi, è possibile identificare i vari tipi di proteine presenti nel plasma ed il loro rapporto quantitativo. In linfologia questo esame deve essere richiesto in tutti quei pazienti affetti da linfedemi primari, quindi, su base congenito-ereditaria, per verificare una possibile ipoproteinemia, assai frequente nelle patologie da reflusso chiloso o su base linfangiodisplasica intestinale, più o meno associate a quadri di enteropatia protido-disperdente.

L’ettrostimolazione muscolare, con elettrodi di superficie, è una metodica già utilizzata negli anni ’60 per la preparazione degli atleti, ultimamente incentivata dalla crescente attenzione verso la cura del proprio corpo e della propria “forma” fisica. Si è diffusa rapidamente presso molti Centri estetici e fisioterapici, trovando anche applicazione nel campo del linfodrenaggio. L’azione linfodrenante sarebbe legata alla stimolazione della pompa muscolare che indirettamente aumenterebbe il drenaggio della linfa. Questo principio, in linea teorica ineccepibile, non è da consigliarsi in tutti quei pazienti dotati di una normale funzionalità neuro-muscolare e quindi in grado di effettuare una normale attività fisica, con una conseguente attivazione della stessa pompa muscolare più completa e fisiologica. Questa metodica, al contrario, ha dimostrato la sua efficacia nell’aiutare il drenaggio linfatico in tutti quei pazienti affetti da patologie neuro-muscolari, spesso degenerative, che impediscono una normale deambulazione e che frequentemente sono causa di una cronica stasi linfatica detta anche “linfedema da disuso” (vedi). Studi in questo settore sono in corso su pazienti affetti da sclerosi multipla ed hanno dimostrato risultati incoraggianti.

Le cellule endoteliali hanno derivazione mesenchimale e possono assumere diverse forme a seconda della loro funzione di rivestimento, potendo essere sia continue che fenestrate. Esse costituiscono il rivestimento interno (intimale) del lume dei capillari, delle vene e delle arterie, nonché dei vasi linfatici e delle cavità cardiache.

È una condizione clinica caratterizzata da una ipoproteinemia cronica causata da una aumentata dispersione di proteine a livello del lume intestinale. Fisiopatologicamente è associata ad un deficit linfatico, che può essere di natura malformativa congenita, come nella linfangectasia intestinale, oppure secondario ad un pro22 cesso infiammatorio-infiltrativo delle strutture linfatico-linfonodali dell’intestino tenue, dovuto ad una malattia infiammatoria acuta o cronica, a metastasi tumorali oppure a reazioni granulomatose.

È un infiammazione acuta dei tessuti molli superficiali causata più frequentemente dallo Streptococcus pyogenes. Si manifesta con un edema eritematoso, urente, a margini ben definiti (segno dello scalino), che può colpire il volto o gli arti e spesso è associata a febbre elevata (fino a 41°C di temperatura ascellare). Le sue manifestazioni sistemiche sono molto variabili, raramente coinvolge i tessuti molli profondi e facilmente regredisce se trattata con penicilline. Dopo circa 5-10 giorni dall’episodio acuto si può avere una massiva desquamazione della cute interessata. I pazienti affetti da linfedema hanno un rischio aumentato di sviluppare questo tipo di infezione. In questi soggetti, le manifestazioni linfangitiche, sebbene non legate soltanto ad infezioni da Streptococcus pyogenes, presentano quadri clinici misti e vengono dette “linfangiti eresipeloidi”. In figura: Esempi di linfangite eresipeloide.

È un flavone, diretto precursore della diosmina (vedi), di cui prolunga e rafforza l’attività farmacologica. L’esperidina, inoltre, è dotata di elevata attività anti-infiammatoria.

Il linfedema può presentarsi primariamente (linfedema primario) oppure come manifestazione secondaria di un precedente evento morboso (linfedema secondario). Spesso i linfedemi secondari presentano una latente componente congenita che però si è resa clinicamente manifesta solo in seguito ad un evento scatenante. I linfedemi primari, distinti in neonatali o congeniti pr. d. (malattia di Milroy), a manifestazione precoce (sindrome di Meige) o tardiva, presentano una base eziologica linfangiodisplasica di varia gravità. I linfedemi secondari riconoscono più frequentemente una causa chirurgica, come ad esempio nel caso di linfoadenectomie a scopo oncologico (linfedema post-mastectomia), ma possono rappresentare la conseguenza di un evento traumatico, infettivo (linfedemi da filaria o post-linfangitici) oppure legati ad una perdita della funzione neuro-muscolare (linfedema “da disuso”).

In figura: Linfedema secondario a trauma con relativa linfoscintigrafia che, se sovrapposta, mostra l’arresto del tracciante in corrispondenza della cicatrice e corrispondente ristagno della linfa nella porzione mediale della coscia.